Cursed Poet Lumen...alla scoperta di un poeta maledetto

CURSED POET LUMEN... alla scoperta di un poeta maledetto

Da tempo pensavo di ospitare un angolo per la poesia nel mio blog, avevo anche iniziato a parlarne con una poetessa ma poi i contatti si sono persi e la cosa è rimasta chiusa in un cassetto. Forse avrà pensato che Yori Bright fosse troppo distante da certi mondi e sapete cosa vi dico è vero, sono lontanissima.

Quello che la poetessa non ha considerato però è che il popolo va istruito... la conoscenza  dev' essere di tutti.

Tuttavia pochi giorni fa scrollavo annoiata su Instagram imbattendomi nei soliti reel, poi me ne è capitato uno suo, come potevo non fermarmi di fronte a qualcosa di completamente diverso e pieno di magnificenza?

Cursed Poet Lumen

    Instagram: Cursed_poet_lumen
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Le sue immagini erano forti, trasmettevano energia e le sue parole ti scaraventavano dentro un'emozione, amplificate dall'immagine così intensa da rapire l'attenzione e la musica faceva il resto

Così sono andata a cercare qualcosa su Cursed Poet Lumen e mi sono detta chissà come sarebbe intervistarlo. Glielo chiedo, in fondo cosa può succedere con un personaggio così introverso e particolare? Al limite mi dice di no...e invece a detto si!

E allora eccoci qui con lui...io da profana ci provo...e comunque sono certa che le domande che gli ho fatto io le avreste fatte anche voi...

Benvenuto!

Cursed poet Lumen poeta maledetto


- Cursed Poet Lumen... iniziamo da qui...spiegaci il tuo nome.

È un nome nato lentamente, senza una decisione netta, quasi come accade a certe immagini interiori che prima restano indistinte e poi, col tempo, chiedono di essere chiamate. Avevo bisogno di una forma che contenesse più tensioni insieme, senza semplificarle.

“Cursed” non parla di una condanna in senso letterale, ma di quella parte dell’essere umano che attraversa zone più complesse, più silenziose, a volte anche più difficili da nominare. È la traccia di ciò che resta addosso, di ciò che modifica. “Poet” è il luogo in cui tutto questo trova ordine: non una definizione, ma il modo più sincero che conosco per restituire ciò che sento. “Lumen”, invece, è la direzione costante: una luce cercata non fuori dall’ombra, ma dentro di essa.

In fondo quel nome tiene insieme proprio questo equilibrio fragile: il peso e il chiarore, la ferita e la forma.

- Usi uno pseudonimo, non credi che sarebbe più agevole anche per il futuro essere riconosciuto? È un modo per alimentare questo alone di mistero che c'è intorno ai tuoi reel e alle tue parole? Serve per proteggerti o per farci incuriosire ancora di più?

Lo pseudonimo non è nato per nascondere, né per costruire deliberatamente distanza. Piuttosto, sentivo il bisogno che la parola potesse camminare da sola, prima di essere ricondotta a una biografia, a un volto, a un insieme di coordinate troppo immediate.

Quando qualcuno incontra un testo, spesso cerca subito chi c’è dietro, ed è naturale; a me interessava che il primo incontro avvenisse prima con ciò che il testo lascia, e solo dopo con chi lo ha scritto.

Se poi questo genera mistero, credo sia qualcosa di naturale. Non tutto deve essere rivelato subito: alcune presenze conservano meglio il proprio senso quando lasciano intatta una parte di silenzio, perché anche il silenzio, a volte, racconta molto.

- Quanti anni hai (se posso chiedertelo) e da quanto scrivi? 

Scrivo da molti anni, anche se per molto tempo è rimasto un gesto silenzioso, quasi appartato. Prima ancora di pensare alla condivisione, c’era il bisogno molto semplice di fermare alcune percezioni, alcuni passaggi interiori che altrimenti sarebbero rimasti dispersi.

All’inizio erano appunti brevi, frasi isolate, immagini annotate senza un vero progetto. Poi, con il tempo, ho capito che quelle parole stavano cercando una struttura più consapevole.

Quanto all’età, direi abbastanza per capire che alcune cose cambiano in silenzio e meritano profondità, ma ancora abbastanza poco da sentire necessario continuare a cercare e imparare.

Più che da quanto tempo scrivo, conta il momento in cui ho compreso che certe intensità non si attraversano davvero finché non trovano una forma.

- Le tue poesie nascono in latino o solo in italiano? 

Nascono quasi sempre in italiano, perché l’italiano è il primo impulso, il primo contatto emotivo con ciò che devo dire. Il latino arriva in un secondo momento, quando sento che il testo richiede una diversa densità, quasi una seconda pelle.

A volte basta un titolo, altre volte una sola espressione: il latino introduce una verticalità, una distanza minima che però modifica molto la percezione del testo.

- Perché utilizzi il latino?

Perché il latino possiede una densità che trovo rara. È una lingua che non si limita a dire: incide, lascia una pressione diversa sulle parole.

Porta con sé memoria, gravità, permanenza: tre qualità che raramente convivono con tale precisione.

Non lo uso mai come ornamento. Arriva solo quando sento che il testo chiede una soglia ulteriore, quasi una seconda temperatura, qualcosa che renda il verso più verticale.

- Hai sempre scritto solo poesia?

No, anche frammenti più narrativi, riflessioni, nuclei molto essenziali. Però la poesia è rimasta il luogo più naturale, forse perché permette di concentrare molto senza perdere intensità.

Mi interessa quella forma in cui ogni parola deve meritare davvero il proprio posto.

- Quando crei? 

Non esiste un momento fisso. Spesso nasce quando qualcosa continua a restare dentro più del previsto: un’immagine, un contrasto, una frase ascoltata quasi distrattamente ma che poi rimane.

A volte il testo arriva molto rapidamente, quasi intero; altre volte resta in sospensione per giorni, finché non trovo il punto preciso da cui deve cominciare.

E spesso proprio quel tempo d’attesa dice già qualcosa del testo, prima ancora che venga scritto.

- Come ti senti dopo? 

Dipende molto da ciò che il testo ha toccato. A volte resta una sensazione di quiete, come se qualcosa avesse finalmente trovato il proprio posto; altre volte accade il contrario, perché scrivere non sempre chiude, a volte apre ancora di più.

Ma quasi sempre lascia una nitidezza diversa.

- Come senti che le parole arrivano? Quanto esteriorizzi e quanto rimane in te perché è meglio così?

Le parole arrivano quasi sempre quando smetto di cercarle in modo diretto. Più tento di afferrarle subito, più perdono qualcosa della loro verità.

Non tutto però diventa scrittura: una parte resta dentro, perché non ogni esperienza desidera essere tradotta.

- Qual è la poesia che ti rappresenta di più?

Se dovessi indicarne una, sceglierei probabilmente quella in cui sento convivere con maggiore equilibrio le due tensioni che mi appartengono di più: la ricerca della luce e l’attrazione per ciò che resta irrisolto, nascosto, a volte persino contraddittorio.

Ci sono testi in cui riconosco il mio lato più esposto, altri in cui invece emerge una parte più silenziosa, quasi trattenuta, che spesso coincide con quella più autentica. Per questo faccio fatica a pensare che un autore possa essere contenuto interamente in una sola poesia: ogni testo nasce da un diverso passaggio interiore e porta con sé un frammento preciso di tempo, di percezione, di maturazione.

Alcune poesie mi rappresentano per ciò che dichiarano apertamente, altre per ciò che lasciano sospeso. A volte è proprio nel non detto che una voce smette di descriversi e comincia davvero a rivelarsi.

- C'è qualcuno che ti conosce profondamente al punto tale che riuscirebbe a riconoscerti leggendone una senza sapere che l'hai scritta tu?

Credo di sì, almeno per chi ha imparato a osservare davvero il modo in cui torno su certe immagini, certi contrasti, certe atmosfere interiori.

Ogni autore, anche quando cambia tono o forma, lascia inevitabilmente una traccia riconoscibile: può essere un ritmo, una particolare inclinazione del linguaggio, oppure quel modo quasi involontario di avvicinare delicatezza e inquietudine senza separarle mai del tutto.

Penso che chi conosce profondamente una persona finisca per riconoscerla non solo da ciò che dice, ma anche dal modo in cui sceglie di trattenere alcune cose. Nella scrittura questo accade continuamente: a volte una poesia è riconoscibile proprio per ciò che non esplicita, per quel margine di ombra che resta fedele a chi l’ha generata.

-Hai molti follower su Instagram. Ti aspettavi che questo tuo modo così particolare di esprimerti generasse tutto questo seguito?

No, sinceramente non me lo aspettavo in questi termini.

Quando ho iniziato a condividere i miei testi non avevo un progetto orientato ai numeri. Il mio intento era semplicemente trovare una forma coerente per portare fuori una voce che sentivo mia, senza adattarla troppo alle logiche immediate della piattaforma.

Forse proprio questa coerenza, nel tempo, ha creato una certa riconoscibilità. Le persone percepiscono quando un linguaggio nasce da un’urgenza autentica e non da un meccanismo costruito per ottenere attenzione rapida.

Il seguito, per come lo vivo io, non è mai stato il punto di partenza. Se alcune persone restano, credo sia perché avvertono quando una parola non nasce per occupare spazio, ma per lasciare una traccia.

- Quando hai deciso che la sinergia tra le poesie e i reel potesse renderle ancora più potenti?

Più che una decisione improvvisa è stato un processo naturale.

A un certo punto ho capito che alcuni testi non chiedevano soltanto di essere letti, ma anche di essere immersi in un’atmosfera capace di amplificarne la vibrazione emotiva.

L’immagine in movimento, se usata con misura, non sostituisce la parola: le offre un altro spazio percettivo. Un volto, una luce, un ritmo visivo possono creare una soglia diversa attraverso cui il testo viene accolto e sentito.

Per me il reel funziona davvero quando non spiega la poesia, ma la prolunga. Quando aggiunge una risonanza e non una semplice illustrazione. In quel momento parola, immagine e tempo smettono di essere elementi separati e diventano un’unica esperienza emotiva.

- I personaggi femminili e maschili dei tuoi reel sono tutti molto belli e giovani perché? Perché non c'è imperfezione? 

In realtà non cerco la perfezione nel senso più superficiale del termine.

Cerco figure che abbiano una forza evocativa immediata, quasi simbolica, capaci di entrare nello sguardo con intensità e di restarci abbastanza a lungo da sostenere il testo.

La bellezza, nei miei reel, spesso ha una funzione archetipica: non rappresenta soltanto un volto armonico, ma una presenza che porta con sé una tensione, un’idea, una possibilità narrativa.

L’imperfezione non è assente. A volte è semplicemente più sottile, meno evidente: può vivere in uno sguardo, in una fragilità appena percettibile, in una malinconia che attraversa anche i volti più levigati.

Perché anche quando un volto appare armonico, ciò che davvero mi interessa è il punto in cui lascia intravedere una frattura: è lì che comincia a diventare umano.

- Nei tuoi reel le musiche non sono solo un contorno, ci obbligano a sentirle quelle immagini, quelle parole con un'emotività profondissima quasi viscerale. Come le scegli?

La musica per me non arriva mai come semplice accompagnamento finale.

Entra nel processo quando percepisco che un testo possiede una precisa temperatura emotiva e ha bisogno di una frequenza capace di sostenerla senza alterarla.

Cerco brani che abbiano una respirazione compatibile con ciò che il testo suggerisce: a volte basta una progressione minima, altre volte serve qualcosa che custodisca una tensione più sotterranea.

Non scelgo una musica perché funziona soltanto in senso tecnico o perché è immediatamente suggestiva. Deve esistere una corrispondenza profonda tra parola, immagine e suono.

Quando questa corrispondenza accade, non percepisco più elementi distinti: avverto un’unica corrente emotiva, qualcosa che arriva prima ancora di essere compreso.

- Quale sarà la tua evoluzione? Cosa dobbiamo aspettarci? Un libro?

Sì, un libro è in una fase concreta di costruzione. La prima forma sarà una silloge, Lux Asymptota: il primo nucleo visibile di un percorso che immagino più ampio, articolato in tre movimenti tra loro connessi.

La immagino però non come un episodio isolato, ma come l’inizio di una continuità interna destinata a maturare nel tempo.

Vorrei che avesse un’identità precisa e la capacità di restare oltre il tempo immediato della lettura.

- Sai cosa mi piacerebbe? Un video con in sottofondo la tua voce.  Le tue immagini e le musiche sarebbero così suggestive con le parole che escono direttamente dalla tua bocca. La tua intonazione arricchirebbe ulteriormente quell'idea, quella visione, quell'intensità che vuoi darci, mi sbaglio? L'hai già fatto o possiamo aspettarcelo?

È un’idea che considero con molta attenzione, perché la voce cambia radicalmente il rapporto con il testo: aggiunge presenza, respiro, vulnerabilità.

Mi affascina l’idea che le parole possano essere attraversate anche da un timbro, da una pausa, da un’intensità più diretta. Ma credo anche che alcune cose abbiano bisogno del loro tempo prima di essere pronunciate.

In questo momento sento che debba nascere prima la forma scritta nella sua pienezza. Quando la silloge sarà compiuta, forse anche la voce troverà il proprio spazio naturale.

Non lo so se sono riuscita a farti le domande giuste, se sono stata veramente all'altezza di quello che trasmetti, ma quello che è certo è che continuerò a capitare sui tuoi reel e leggere le tue poesie, perché la tua arte fa proprio questo...ci costringe a fermarci... a sentire.

Grazie Cursed Poet Lumen

Tutti i contenuti relativi alle storie, comprese trame, copertine e nomi, sono di mia proprietà esclusiva. Il blog che mi ospita (yoribright@blogspot.com) esegue interviste a scopo divulgativo non remunerativo. Mi assumo la responsabilità dei materiali forniti per la pubblicazione. L’intervista è realizzata con il mio consenso e i contenuti sono stati approvati prima della pubblicazione in data 31/03/2026.

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